Una fattura da 2.000 euro non equivale automaticamente a 2.000 euro di reddito tassabile. Nel regime forfettario contano gli incassi, il coefficiente di redditività legato al codice ATECO e i contributi previdenziali, mentre le spese reali restano fuori dal calcolo. Qui mostro il metodo completo, con esempi numerici, soglie, aliquote e accorgimenti per capire quanto accantonare davvero.
La logica del calcolo si può riassumere in pochi passaggi
- Reddito forfettario: incassi moltiplicati per il coefficiente di redditività.
- Imposta sostitutiva: 15%, oppure 5% per le nuove attività che rispettano i requisiti.
- Contributi previdenziali: si calcolano separatamente e, se versati, riducono la base imponibile fiscale.
- Limite ordinario: il regime resta accessibile fino a 85.000 euro di ricavi o compensi annui.
- Superamento di 100.000 euro: l’uscita dal regime può scattare già nello stesso anno.

Come si calcolano le tasse nel regime forfettario
Il metodo è più semplice rispetto al regime ordinario, ma solo dopo aver individuato correttamente ogni elemento. La formula di base è questa:
Incassi × coefficiente di redditività = reddito forfettario lordo
Dal reddito forfettario lordo si sottraggono i contributi previdenziali obbligatori versati. Sul risultato si applica l’imposta sostitutiva, normalmente del 15% oppure del 5% nei casi agevolati.
Il punto che crea più confusione è la parola “incassi”. Nel forfettario, di regola, rilevano i compensi percepiti nell’anno e non semplicemente le fatture emesse. Una fattura emessa a dicembre ma pagata a gennaio, per esempio, tende a rilevare nell’anno dell’incasso.
La formula completa
Immaginiamo un professionista con 40.000 euro di incassi e un coefficiente del 78%:
- 40.000 × 78% = 31.200 euro di reddito forfettario lordo.
- Contributi previdenziali versati, ipotizzando 8.133,84 euro.
- 31.200 - 8.133,84 = 23.066,16 euro di base imponibile fiscale.
- 23.066,16 × 15% = 3.459,92 euro di imposta sostitutiva.
In questo esempio il carico formato da imposta e contributi è pari a circa 11.594 euro, prima di considerare le altre spese operative. Con l’aliquota del 5%, l’imposta scenderebbe a circa 1.153 euro, ma i contributi previdenziali resterebbero dovuti.
Il coefficiente di redditività cambia completamente il risultato
Il regime non tassa il profitto calcolato sottraendo ogni singola spesa. Applica invece una percentuale agli incassi, stabilita in base al codice ATECO. La percentuale restante viene considerata in modo forfettario come costo dell’attività.
| Tipo di attività | Coefficiente indicativo | Reddito su 50.000 euro di incassi |
|---|---|---|
| Molte attività professionali | 78% | 39.000 euro |
| Commercio | 40% | 20.000 euro |
| Molte attività artigiane e manifatturiere | 67% | 33.500 euro |
| Costruzioni e attività immobiliari | 86% | 43.000 euro |
La tabella serve per capire la logica, non per sostituire la verifica del singolo codice. Due attività apparentemente simili possono avere coefficienti diversi, soprattutto quando cambia il codice ATECO prevalente. Dal 2025 è in uso la classificazione ATECO 2025, quindi conviene controllare che il codice associato alla partita IVA sia ancora coerente con l’attività svolta.
Questa impostazione favorisce chi ha costi effettivi contenuti. Un consulente che lavora da casa può trovarsi avvantaggiato, mentre un commerciante che acquista molta merce rischia di pagare imposte su un reddito forfettario più alto del margine realmente prodotto.
Le spese reali si possono dedurre?
In generale, no. Nel forfettario non si deducono separatamente affitto, computer, auto, software, utenze, pubblicità o acquisto delle merci. Il coefficiente dovrebbe già rappresentare, in modo standardizzato, la quota di costi dell’attività.
Fanno eccezione soprattutto i contributi previdenziali obbligatori, che riducono il reddito su cui si calcola l’imposta sostitutiva. È uno dei motivi per cui non basta moltiplicare gli incassi per il 15% per stimare il totale da pagare.
Imposta sostitutiva e contributi INPS non sono la stessa cosa
L’imposta sostitutiva sostituisce IRPEF, addizionali regionali e comunali e IRAP, quando applicabili. Non comprende però i contributi previdenziali, che seguono regole diverse e vanno calcolati separatamente.
Aliquota del 15% o del 5%
L’aliquota ordinaria è del 15%. L’aliquota ridotta del 5% è riservata, in linea generale, alle nuove attività che rispettano condizioni specifiche, tra cui il mancato esercizio di un’attività analoga nei tre anni precedenti e l’assenza di una semplice prosecuzione di un’attività già svolta come dipendente o autonomo.
Il 5% può applicarsi per il periodo di avvio e per i successivi quattro anni, quindi per un massimo ordinario di cinque periodi d’imposta. Non basta aprire una nuova partita IVA per ottenerlo: la storia professionale e il modo in cui nasce l’attività fanno la differenza.
Come entrano i contributi nel calcolo
Per un professionista senza una cassa previdenziale autonoma, la Gestione Separata INPS nel 2026 prevede un’aliquota complessiva del 26,07% per chi non è assicurato presso altre forme obbligatorie. Per pensionati o soggetti già coperti da altra previdenza obbligatoria, l’aliquota indicata dall’INPS è del 24%.
La percentuale si applica al reddito previdenziale, che non sempre coincide con una semplice percentuale degli incassi. Artigiani e commercianti, inoltre, seguono una disciplina diversa, con contributi minimi e una quota variabile sul reddito eccedente. Per questo non uso mai una percentuale unica come stima valida per tutte le partite IVA.
| Voce | Professionista in Gestione Separata | Artigiano o commerciante |
|---|---|---|
| Imposta sostitutiva | 5% o 15% sul reddito imponibile | 5% o 15% sul reddito imponibile |
| Previdenza | Aliquota variabile secondo la posizione INPS | Contributo minimo più quota sul reddito eccedente |
| Deduzione dei contributi versati | Sì, secondo le regole fiscali | Sì, secondo le regole fiscali |
La cifra da mettere da parte deve quindi comprendere imposta, contributi e acconti. Confondere il 15% con il costo fiscale complessivo è probabilmente l’errore di pianificazione più comune tra chi apre una partita IVA.
Requisiti e soglie che possono far cambiare regime
Nel 2026 il limite ordinario di accesso e permanenza è pari a 85.000 euro di ricavi o compensi annui, ragguagliati all’anno quando l’attività non è stata esercitata per dodici mesi. Se il contribuente svolge più attività con codici diversi, ai fini della soglia si considera la somma dei relativi ricavi e compensi.
Esiste anche un limite di 20.000 euro lordi per alcune spese relative a lavoro dipendente e collaboratori. Il controllo non riguarda solo quanto si incassa, ma anche la struttura con cui si lavora.
Cosa succede se si supera la soglia
Il superamento della soglia di 85.000 euro comporta normalmente l’uscita dal regime dall’anno successivo. Se però i ricavi o compensi superano 100.000 euro, il regime può cessare già nello stesso anno e l’IVA può diventare dovuta sulle operazioni che determinano il superamento.
Questa distinzione è importante quando ci si avvicina al limite. Accettare un nuovo incarico senza aggiornare la previsione annuale può creare conseguenze fiscali molto più pesanti di quanto sembri, soprattutto per chi lavora con pochi clienti e incassi concentrati negli ultimi mesi.
Le principali cause di esclusione
- Utilizzo di regimi speciali IVA o di altri regimi forfettari incompatibili.
- Partecipazione in società di persone o associazioni professionali, salvo situazioni particolari.
- Controllo di una società a responsabilità limitata che svolge attività riconducibile a quella individuale.
- Prevalenza dell’attività svolta verso il datore di lavoro attuale o recente, nei casi previsti dalla normativa.
Il requisito non va valutato soltanto al momento dell’apertura. Anche un cambiamento nei clienti, nelle partecipazioni societarie o nel volume d’affari può rendere necessario un nuovo controllo.
Come organizzare il denaro per non arrivare impreparati
Il pagamento non si limita a una singola rata annuale. In genere si versano il saldo dell’anno precedente e gli acconti per l’anno in corso, attraverso il modello F24. Le scadenze ordinarie ruotano intorno a giugno, luglio e novembre, con possibilità di rateazione secondo le regole applicabili.
Io preferisco ragionare su una percentuale prudenziale degli incassi anziché aspettare la dichiarazione. Per molti professionisti senza costi elevati può avere senso accantonare inizialmente tra il 30% e il 35%, poi correggere la stima quando sono chiari il coefficiente ATECO e la posizione previdenziale.
La percentuale non è una regola fiscale, ma uno strumento di gestione della liquidità. Chi ha l’aliquota del 5%, un coefficiente basso o contributi già coperti da altra previdenza potrebbe accantonare meno; chi ha coefficienti alti e contributi consistenti dovrebbe essere più conservativo.
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Gli errori che alterano la stima
- Calcolare le imposte sulle fatture emesse invece che sugli incassi effettivi.
- Applicare il 15% direttamente al fatturato senza usare il coefficiente di redditività.
- Dimenticare che i contributi previdenziali si aggiungono all’imposta sostitutiva.
- Considerare deducibili tutte le spese sostenute per l’attività.
- Usare un codice ATECO non coerente con il lavoro realmente svolto.
- Ignorare saldo e acconti fino al momento della dichiarazione.
Ci sono anche costi che non cambiano la formula dell’imposta ma incidono sulla gestione. Per esempio, sulle fatture soggette a imposta di bollo può essere dovuto il contrassegno da 2 euro quando ricorrono le condizioni previste. Il forfettario è semplificato, non privo di adempimenti.
La cifra utile non è solo quella dell’imposta
Per stimare correttamente il carico annuale bisogna partire dagli incassi realistici, verificare il codice ATECO, applicare il coefficiente, calcolare i contributi e solo dopo determinare l’imposta sostitutiva. Il risultato va poi confrontato con il reddito netto effettivo, perché un coefficiente poco favorevole può rendere il regime meno conveniente di quanto suggerisca l’aliquota del 15%.
La mia regola pratica è semplice: aggiorno la previsione almeno ogni trimestre e controllo subito ogni variazione nei ricavi, nei clienti e nella posizione previdenziale. Una simulazione fatta prima di emettere le fatture più importanti aiuta molto più di un calcolo preciso eseguito quando le somme da versare sono ormai dovute.