Una partita IVA in regime forfettario non è più automaticamente fuori dalla fatturazione elettronica. Nel 2026 quasi tutti i forfettari devono inviare le fatture tramite il Sistema di Interscambio, usando correttamente codici, diciture e imposta di bollo. Qui chiarisco obblighi, scadenze, costi, compilazione e errori da evitare.
Le regole essenziali per emettere fatture senza errori
- Obbligo generalizzato di fattura elettronica per i forfettari dal 1° gennaio 2024.
- La fattura deve passare dal Sistema di Interscambio ed essere trasmessa in formato XML.
- Per una normale operazione interna si usa generalmente il codice natura N2.2.
- Il bollo da 2 euro si applica, di regola, alle fatture senza IVA superiori a 77,47 euro.
- Il PDF inviato al cliente è una copia di cortesia: l’originale fiscale resta il file XML.

Dal 2024 l’obbligo riguarda praticamente tutti i forfettari
Il regime forfettario conserva i suoi vantaggi fiscali, ma non comporta più l’esonero generale dall’emissione delle fatture elettroniche. Dal 1° gennaio 2024 l’obbligo è stato esteso a tutti i contribuenti forfettari, dopo una fase transitoria che aveva coinvolto prima i soggetti con ricavi o compensi superiori a 25.000 euro.
In pratica, chi lavora come consulente, copywriter, artigiano o professionista deve predisporre la fattura in formato XML e inviarla allo SdI. Una fattura trasmessa soltanto via email in PDF può essere utile al cliente, ma non sostituisce l’invio al Sistema di Interscambio.
Il passaggio allo SdI è importante anche quando il committente non ha una partita IVA. Per un consumatore finale, infatti, il sistema può non riuscire a consegnare il documento direttamente, ma la fattura resta disponibile nell’area riservata dell’Agenzia delle Entrate. Io consiglio comunque di inviare al cliente una copia leggibile, specificando che si tratta di una copia di cortesia.
Come si prepara e si invia una fattura elettronica
Il procedimento è meno complicato di quanto sembri, soprattutto quando si emettono poche fatture al mese. Si può usare il servizio gratuito dell’Agenzia delle Entrate oppure un software privato collegato allo SdI. La differenza non riguarda la validità fiscale, ma soprattutto comodità, automazioni e assistenza.
I dati da inserire
La fattura deve contenere i dati del cedente o prestatore, quelli del cliente, la descrizione del bene o servizio, la data, il numero progressivo e l’importo. Per il cliente italiano occorre indicare anche il codice destinatario oppure la PEC, quando disponibile.
Se il cliente è un consumatore finale o non comunica un recapito telematico, si utilizza normalmente il codice 0000000. Il cliente potrà consultare il documento nella propria area riservata, mentre il mittente riceverà l’esito dell’elaborazione da parte dello SdI.
La sequenza corretta
- Inserire i dati del cliente e descrivere con precisione la prestazione.
- Indicare il regime fiscale e il corretto codice natura IVA.
- Verificare imponibile, eventuale rivalsa previdenziale e imposta di bollo.
- Generare il file XML e trasmetterlo allo SdI.
- Controllare la ricevuta di consegna o l’eventuale ricevuta di scarto.
Il controllo finale non è un passaggio burocratico da saltare. Se lo SdI scarta il file, la fattura si considera non emessa e deve essere corretta e ritrasmessa. Un errore nella partita IVA, nel codice fiscale o nella natura dell’operazione può quindi trasformarsi in un problema di scadenze.
Codici, diciture e bollo da indicare senza confusione
Il forfettario non applica l’IVA in fattura, ma deve spiegare perché l’imposta non è presente. Nella maggior parte delle prestazioni nazionali si utilizza il codice natura N2.2, operazioni non soggette a IVA. La fattura dovrebbe inoltre riportare il riferimento al regime, per esempio l’indicazione dell’articolo 1, commi da 54 a 89, della legge n. 190/2014.
Per le prestazioni professionali va normalmente indicata anche la dicitura relativa alla non applicazione della ritenuta d’acconto, prevista per chi opera nel regime forfettario. L’eventuale rivalsa previdenziale del 4% non è automatica per tutti: dipende dalla gestione previdenziale e dal tipo di attività, quindi su questo punto preferisco sempre verificare la situazione individuale.
Quando si paga l’imposta di bollo
Se la fattura non contiene IVA e supera 77,47 euro, di regola è dovuta l’imposta di bollo da 2 euro. Nel file XML si seleziona il bollo virtuale e si può indicare l’importo come addebito al cliente, se questa è la scelta concordata.
| Elemento | Indicazione tipica |
|---|---|
| IVA | Non applicata dal regime forfettario |
| Natura dell’operazione | N2.2 nella maggior parte delle fatture interne |
| Imposta di bollo | 2 euro oltre 77,47 euro, quando dovuta |
| Ritenuta d’acconto | Normalmente non applicata dal forfettario |
| Documento originale | File XML trasmesso e accettato dallo SdI |
Il bollo non si paga al momento dell’emissione della singola fattura. L’Agenzia delle Entrate raccoglie i dati delle fatture e mette a disposizione il conteggio nel portale “Fatture e Corrispettivi”. Il versamento avviene con cadenza trimestrale, secondo le scadenze previste per il periodo di riferimento.
Scadenze, strumenti e costi da mettere in conto
Per una fattura immediata, il file deve essere trasmesso allo SdI entro 12 giorni dalla data di effettuazione dell’operazione. Esiste anche la fattura differita, che può essere emessa entro il giorno 15 del mese successivo quando ricorrono le condizioni previste e la prestazione è adeguatamente documentata.
La soluzione gratuita dell’Agenzia delle Entrate è sufficiente per chi emette poche fatture e non ha esigenze complesse. I software privati offrono invece numerazione automatica, modelli, promemoria, conservazione e collegamento con il commercialista. I piani base possono costare poche decine di euro l’anno, mentre i servizi più completi superano spesso i 100 euro annui.
Il criterio che uso per scegliere non è il prezzo minimo, ma il tempo risparmiato. Se emetti tre fatture al mese, il servizio gratuito può bastare; se gestisci clienti ricorrenti, fatture estere e molte ricevute, un programma con controlli automatici riduce concretamente il rischio di dimenticanze.
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Conservazione e archiviazione
La fattura elettronica deve essere conservata digitalmente secondo le regole fiscali. Salvare soltanto il PDF in una cartella del computer non equivale necessariamente alla conservazione a norma. Il servizio dell’Agenzia delle Entrate può essere utilizzato gratuitamente, mentre molti gestionali includono questa funzione nel proprio abbonamento.
Clienti esteri, Pubblica amministrazione e casi particolari
Con un cliente italiano privato o aziendale la gestione è relativamente lineare. Con un cliente estero, invece, il documento deve essere compilato con dati anagrafici e identificativi internazionali corretti e, di norma, trasmesso allo SdI usando il codice convenzionale previsto per i destinatari esteri, generalmente XXXXXXX.
Le operazioni con l’estero possono richiedere regole specifiche sulla natura dell’operazione e sugli adempimenti collegati. Lo stesso vale per gli acquisti di servizi da fornitori stranieri, che possono comportare integrazione o autofattura. In questi casi non conviene copiare il modello di una normale fattura nazionale.
Per la Pubblica amministrazione servono dati aggiuntivi, tra cui il codice ufficio destinatario e, quando richiesti dal contratto o dall’ordine, CIG e CUP. Un documento formalmente corretto ma privo dei riferimenti richiesti può essere rifiutato dall’ente, con conseguenze sui tempi di pagamento.
Gli errori che costano più tempo ai forfettari
- Inviare solo il PDF e dimenticare il passaggio dallo SdI.
- Usare un codice natura errato oppure lasciare l’aliquota IVA a zero senza specificare il motivo.
- Non controllare la ricevuta di scarto dopo l’invio.
- Dimenticare il bollo sulle fatture superiori a 77,47 euro.
- Indicare una data di emissione incompatibile con il termine di trasmissione.
- Confondere il compenso incassato con quello semplicemente fatturato ai fini del reddito forfettario.
L’ultimo errore è meno evidente, ma molto importante. Il regime forfettario segue generalmente il principio di cassa: per la dichiarazione dei redditi conta l’incasso, non soltanto la data riportata sulla fattura. La fatturazione elettronica rende i dati più ordinati, ma non sostituisce il controllo dei pagamenti effettivamente ricevuti.
Una gestione semplice evita quasi tutti gli imprevisti
Per lavorare bene basta una routine essenziale: emettere la fattura subito dopo l’operazione, verificare i dati del cliente, controllare l’esito SdI e accantonare periodicamente gli importi destinati a bollo, imposte e contributi. La tecnologia riduce gli errori solo se viene accompagnata da controlli regolari.
Se l’attività è appena iniziata, il servizio gratuito dell’Agenzia può essere un buon punto di partenza. Quando aumentano clienti, fatture estere o integrazioni con il commercialista, passare a un gestionale più completo può diventare conveniente, non tanto per emettere il documento, quanto per mantenere sotto controllo l’intera gestione della partita IVA.